Affettività in carcere. Relazioni oltre il blindato, e dopo?

Affettività in carcere. Oggi ti porto in un luogo complesso, il carcere… e ti parlo di affettività…. ma è possibile parlare di amore e di detenzione allo stesso tempo?

 

“ Se ci fanno perdere la famiglia,

chi esce da qui

non ha nessun interesse

ad essere una persona migliore”

[ Intervista ad un detenuto del carcere di Padova-

Tratto dal reportage  “Prigioni d’Italia”].

Il mio lavoro mi ha portato all’interno e mi ha permesso di esplorare gli angoli più remoti di questo complesso e contraddittorio mondo.

All’interno delle periferie estreme, dove, già simbolicamente, le carceri sono collocate. All’interno di quegli alti muri di cinta cosparsi di filo spinato che chiudono ogni contatto con il tuo prima e il tuo dopo, lasciandoti lì, sospeso, tra te stesso e il mondo. All’interno di uomini che hanno un’anima dentro corpi rudi ed annichiliti dagli errori commessi e da quelli subiti. All’interno del tempo di chi ore a disposizione ne ha tante, ma non può viverle.

Ma se è vero che l’anima pesa 21 grammi, pesa 21 grammi per tutti… e all’interno dell’anima siamo tutti uguali, dentro e fuori, dentro le sbarre e fuori nel mondo. Ed è da qui che voglio partire. Siamo tutti umani, e come esseri umani abbiamo la necessità di incontrare altri esseri umani.

I media costruiscono le opinioni della gente e disegnano immagini fatte di giudizi e pregiudizi, ma all’interno dei titoli da prima pagina, si nascondono volti e nomi. E all’interno di ogni volto e di ogni nome, mariti, mogli, padri e madri.

Giovedì al laboratorio ci siamo soffermati parecchio a parlare di quella che è la funzione del carcere… quel carcere che dovrebbe essere rieducativo, che dovrebbe gettare le basi di un futuro diverso dal passato, un futuro da costruire, mattone dopo mattone, in quel limbo di presente chiamato detenzione.

Ma non lo è.

Già Cesare Beccaria diceva che il carcere è, sì l’istituzione per eccellenza, nata dall’esigenza di contenimento e allontanamento dalla società, ma la detenzione deve essere correlata alla gravità della colpa e deve essere utile al bene pubblico occupandosi di chi ha commesso reato, poiché in caso contrario perderebbe ogni sua funzione. Era il 1764, era “Dei delitti e delle pene”.

Qualche centinaia di anni dopo, in una stanza colorata di un carcere, qualcuno racconta come il la detenzione gli abbia fatto perdere non solo la libertà, ma la sua stessa identità di uomo, marito e padre. Come non possa lottare per salvare quel rapporto e quella paternità. Come potrà, il giorno che uscirà, solo al mondo, ritrovare un briciolo di quell’identità, in una società che l’ha disegnato come mostro, solo perché è entrato oltre il portone blindato. Ma lui è davvero un mostro?

Un uomo che urla il dolore della perdita della sua famiglia e che si commuove leggendo un libro, lo possiamo davvero chiamare mostro?

Questa storia di un giovedì mattina, mi ha fatto tornare alla mente un tema a me sempre caro, che è stato oggetto della mia tesi “La mediazione familiare in carcere”… ovvero la tutela delle relazioni affettive all’interno del carcere.

Perché l’arresto non significa solo essere prelevati e portati da un’altra parte, ma significa arresto della libertà, arresto della vita di relazione, arresto della vita familiare. Un arresto dell’essere marito, moglie, padre o madre.

Le famiglie dei detenuti si trovano, spesso improvvisamente, a vivere lo stesso dolore di una separazione, ma aggravata dall’impossibilità di scegliere liberamente la strada da dare alla propria relazione. Una separazione forzata, talvolta non voluta, che porta con sé uno strascico di conflitti, sensi di colpa, un turbinio di emozioni contrastanti, difficili da risolvere, perché con un marito o una moglie, un padre o una madre detenuti non puoi comunicare quando ne senti il bisogno. E non puoi neppure comunicare come davvero vorresti. Si crea una comunicazione paradossale, fatta di parole che non rispecchiano i gesti, di menzogne e di discorsi omessi e lasciati cadere nel vuoto. E così rimangono silenzi che diventano sempre più assordanti tra le sbarre di una cella, lunghe lettere scritte a mano, ore di viaggio per poter avere qualche minuto di colloquio, ed un crescendo di “non detti” che difficilmente troveranno voce, ma piuttosto diverranno pesanti conseguenze su tutto quello che era un nucleo famigliare: coniugi, compagni, figli, genitori, parenti e amici.

Guardando il carcere dall’esterno, non si possono neanche immaginare le dinamiche che avvengono all’interno. Eppure il contatto tra dentro e fuori è fondamentale per non perdere la percezione di quello che si è. In carcere, le persone detenute vanno incontro a modificazioni sensoriali, si disabituano al contatto fisico e perdono i tratti culturali tipici del proprio ambiente familiare, attuando un processo di disculturazione che, come insegna Goffman,  rende la persona detenuta incapace di maneggiare alcune situazioni tipiche della vita quotidiana del mondo esterno. Proprio per questo è molto difficile che i detenuti riescano a mantenere una vita personale e familiare significativa. Per potersi riconoscersi come esseri umani, per le persone detenute,  è fondamentale il contatto con altri esseri umani. Soprattutto in vista di un reinserimento nella società una volta usciti dal carcere.

PER CAPIRE MEGLIO L’IMPORTANZA DELL’AFFETTIVITA’: tratto da “Prigioni d’Italia”

Affetti banditi: sesso e famiglia dietro le sbarre

E’importante che l’affettività e le relazioni significative vengano coltivate e supportate fin dall’inizio della detenzione.

In linea teorica l’ordinamento penitenziario tutela l’affettività e i rapporti familiari. Come afferma la Legge Gozzini n. 663/1986 all’art. 9; “la funzione di reinserimento, dovrebbe prevedere anche la possibilità di favorire i rapporti famigliari, attraverso misure alternative, quali lavoro all’esterno, permessi premio, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, ammissione alla semilibertà, liberazione anticipata per i detenuti che hanno mantenuto una regolare condotta durante la carcerazione”.

Tuttavia, nella pratica, non sempre questo è di facile attuazione.

Dopo l’ingresso, infatti, le possibilità di contatto con l’esterno sono davvero poche. Le coppie vivono relazioni in bilico tra i bisogni insoddisfatti e le mancanze d’affetto ed intimità.

Il rapporto di coppia per sua natura è caratterizzato da una parte affettiva e da una parte fisica e sessualizzata. Il carcere impedisce di vivere completamente la relazione poiché non ammette questa seconda componente. I bisogni naturali affettivi e sessuali insoddisfatti lasciano le coppie frustrate ed inappagate. A ciò si aggiunge il fattore tempo. Più la pena ha una durata lunga, più alta è la probabilità di allontanamento della famiglia. Se spesso i legami resistono al trauma dell’ingresso in carcere, superando la vergogna sociale, il senso di colpa, la delusione e la fase di riorganizzazione familiare immediatamente successiva all’arresto, al contrario si logorano e si spezzano con il protrarsi della reclusione a causa della distanza che divide il detenuto dal partner o dai suoi figli. La fase “durante la detenzione” è vissuta con modalità diverse a seconda che la pena sia più o meno lunga.  Una lunga detenzione crea problemi molto complessi e delicati, soprattutto se ci sono figli piccoli o in età evolutiva, che a causa della detenzione, vengono privati di una figura genitoriale. Non bisogna dimenticare che una durata della pena superiore a cinque anni produce, durante la stessa, la sospensione dell’esercizio della potestà genitoriale (salvo altre disposizioni del giudice). In questo caso, ancora più che in altri, la relazione genitore-figlio subisce un arresto. Gli incontri dovranno essere regolati e assistiti e il legame verrà vissuto come ancor più problematico e difficile.  Ecco perché in queste situazioni il periodo detentivo può  rappresentare una transizione verso un distacco definitivo della famiglia. Contrariamente a quanto si possa pensare, non meno problematica è anche la fase “dimissioni”. Se la famiglia del  detenuto si  è distaccata, il momento della scarcerazione viene vissuto dall’ex-detenuto in modo tragico. Il momento può essere molto temuto e far crescere in lui ansie e paura. Paura del futuro, della mancanza della famiglia, di un alloggio, di un lavoro, della solitudine. Tutto ciò può scoraggiare il detenuto dall’idea che sia possibile un reinserimento sociale.  Al contempo chi è stato fuori, invece, può vivere come minaccia il ritorno del congiunto, non sa come affrontarlo e come spiegare ai figli il ritorno di un genitore assente, magari da lungo tempo.

 

Come affermato da Goffman:

le istituzioni totali sono incompatibili con un elemento fondamentale della nostra società, la famiglia… Il carcere è il luogo della spersonalizzazione e smarrimento dell’identità, della sospensione coatta degli affetti; tutti elementi che non forniscono alcuna possibilità di emancipazione delle relazioni affettive”.

Ed è proprio il senso di sconfitta, di abbandono e di solitudine, ad essere esploso giovedì  al tavolo del laboratorio.

Continuare a condividere una relazione con un detenuto costa fatica e gli spazi per coltivare la relazione sono davvero pochi:

Il mezzo per eccellenza è il colloquio, unica possibilità per i detenuti di vedere ed incontrare le persone che ama. In genere gli incontri mensili sono sei.  La durata di un colloquio è di un’ora (due se si tratta di congiunti conviventi che risiedono in comune diverso e che nella settimana precedente non hanno usufruito del colloquio). Non tutte le famiglie tuttavia possono usufruire di questa possibilità. Spesso la distanza tra il luogo in cui la famiglia vive e il carcere è troppa, e di conseguenza è troppo costosa.

Il numero di incontri mensili, di abbracci, di parole, di confronti,  così si riduce ancora e ancora…

Poi ci sono le telefonate, dieci minuti a settimana, esclusivamente su telefono fisso. Registrate, ma ascoltate da terzi solo in casi particolari.

[Tempo fa seguivo un ragazzo con compagna e figli nel suo Paese d’origine, e senza telefono fisso a casa. Vedeva la famiglia ogni quattro mesi e non la sentiva mai… devo dirti come è finita?]

Infine le lettere, principale modalità di comunicazione utilizzata dai detenuti in quanto, se non in casi particolari, vi è una libera possibilità di espressione poiché la posta non viene letta o censurata dall’Amministrazione Penitenziaria e non vi è un limite numerico all’invio o alla ricezione delle lettere.

Le difficoltà che ho incontrato di più sono quelle dei padri detenuti, i quali faticano ad assumere ruoli e funzioni. Spesso sostengono che per essere un bravo papà occorre essere presenti, e di conseguenza si sentono impotenti, fragili e incapaci di partecipare all’educazione dei figli, delegando alle mogli o ad altri parenti non solo la custodia dei figli, ma anche la cura della loro formazione ed educazione. Spesso alcuni rifiutano di vedere a colloquio i figli per evitare loro la sofferenza di una perquisizione (che non risparmia neppure i neonati) rendendo traumatico l’incontro con il papà. Questa presa di posizione, risulta essere un chiaro meccanismo di difesa in primis verso se stessi e verso il proprio senso di colpa. La pena in carcere, può forse liberarti dal senso di colpa nei confronti del tuo reato ma non libererà mai dal senso di colpa nei confronti dei figli”… così mi ha detto una volta un ragazzo che ho incontrato.

Le relazioni vengano vissute quasi  in senso negativo: come mancanza e perdita, lasciando emozioni a volte difficili da gestire e non adeguatamente supportate.

Per una persona detenuta il giorno più bello dovrebbe essere solo uno, quello della scarcerazione. Ma spesso quando si chiudono alle spalle i cancelli del carcere, inizia un nuovo percorso che può essere anche più difficile della detenzione stessa. Rientrare in famiglia, cercare un lavoro, affrontare una società per cui sei ormai un “etichettato”, non è cosa facile, e troppo spesso chi esce dal carcere non appartiene a nessuno, non ha un progetto di vita, non ha casa, non ha lavoro, non ha famiglia ad attenderlo. E’ lì, con la sua valigia tra le mani, che è tutto quel che ha, solo, nel mezzo di un grande piazzale di periferia.

Bisogna lavorare per alleviare questa paura e questo senso di abbandono totale, dei propri cari e di una società poco incline a guardare oltre le sbarre.

E’ importante intervenire sulla formazione, aiutare nella ricerca del lavoro e dell’abitazione. Ma ancora di più sono necessari progetti all’interno e all’esterno di supporto alle famiglie, progetti che supportino la comunicazione e l’incontro tra la  persona detenuta e la famiglia fuori. Progetti che siano un’ancora in un mare di incertezze. Per le persone detenute o ex detenute e per le loro famiglie l’esperienza del ritorno all’esterno deve essere un momento di felicità per un nuovo inizio, e per questo deve essere supportata. A tal proposito l’assistente sociale ha il compito di tenere i contatti con le famiglie dei detenuti e con gli enti locali, ponendosi da ponte tra il dentro e il fuori (in parte lo fa, ma non può essere la sola a gestire tutto questo).

 

Grazie al coaching e alla mediazione familiare e dei conflitti interpersonali, nel mio lavoro accanto a persone detenute, e accanto alle famiglie che mi chiedono aiuto in studio, cerco di prendere in mano quel vuoto, quel senso di inquietudine e fallimento cercando di trasformarlo in positivo. In un nuovo trampolino di lancio verso la costruzione di una nuova identità, partendo proprio dalle macerie accumulate dopo giorni, mesi e anni di spersonalizzazione. E cerco di supportare le famiglie attraverso attività di gruppo e favorendo una rete di contatti sul territorio di appartenenza.

Se hai bisogno di supporto, se una persona a te cara sta vivendo la detenzione o è appena uscita dal carcere e fatica a ricollocarsi nella società, se vuoi informazioni o una spazio in cui essere ascoltata senza giudizio, scrivimi a erica@ericazani.it

 

Un abbraccio

Erica

 

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