Da che parte va l’umanità?- La storia di Chiara e l’analfabetismo emotivo

Leggo storie, uso i social e mi muovo tra i commenti nel web, e la sensazione che mi provocano è una sensazione fisica di nausea e vertigini che voglio provare a raccontare qui, attraverso una riflessione sul concetto di umanità, spero, il più lucida possibile.

Abitiamo un mondo in cui non esiste più umanità, non esiste più empatia. Tutto è lecito.

E’un fenomeno questo che va avanti da tempo ormai, ma che negli ultimi mesi, da maggio in poi, ha raggiunto i suoi punti più elevati.

Sarà perché il caldo “dà alla testa”?

Purtroppo no.

Piacerebbe anche a me credere che il ritorno delle temperature miti di inizio autunno possa coincidere con il ritorno della ragione e del rispetto tra esseri umani, ma no, non sarà così… e non lo sarà per molte estati e per molti autunni, perché ormai la nostra società è pregna di sentimenti negativi e di analfabetismo emotivo, ormai sventolato come bandiera da chi dovrebbe invece lottare per evitarlo, con le unghie e con i denti.

E così arriviamo alla storia di ieri.

La storia di Chiara, una gran bella ragazza di 18 anni (di cui vedete le foto gentilmente “prese in prestito” dal web per la causa), molto rock n’roll, lunghi capelli castani e penetranti occhi scuri. Una bella stanga di 1.75 (perché ahimè! Si sa, altezza mezza bellezza, dicono i saggi), un concentrato di vitalità e voglia di fare, studentessa al liceo classico e barista nella stagione estiva. Nel tempo libero corre, fa wind surf, va in canoa, pratica arrampicata e fa la modella. E’ balzata agli onori delle cronache proprio per la sua recente partecipazione al concorso di Miss Italia.

Una voglia di vivere che forse l’ha resa capace di non smettere di lottare quando a soli 13 anni ha un incidente in motorino che le costa una gamba. Già, perché tutte le cose di cui sopra, Chiara le fa con una gamba vera ed una in titanio. Una protesi .

Chiara ha alle spalle mesi e mesi di ricovero in ospedale, interventi chirurgici, amputazione, riabilitazione, lotta estenuante ma vinta, verso una vita che merita sempre e comunque di essere vissuta al massimo.

La cosa che mi piace di questa Chiara non è tanto al sua bellezza, oggettiva, che ha portato ad un concorso come quello di Miss Italia (che personalmente non amo molto, per mille motivi), ma il fatto che attraverso la sua coraggiosa partecipazione ad un concorso come quello, abbia sdoganato molti dogmi rispetto al concetto di bellezza, femminilità e anche di disabilità.

Sulla sua pagina instagram Chiara Bordi scrive : “Il mio obiettivo principale è quello di dare un messaggio ai giovani affinché sappiano difendere la propria vita, concedendole sempre una nuova opportunità […] Mi rendo conto che quel giorno mi ha aperto migliaia di strade, una più bella dell’altra. Certo ci sono difficoltà che altri non hanno, che a volte mi fanno salire il sangue al cervello. Ci vuole una buona dose di forza di volontà per affrontare la vita di tutti i giorni, ma, in fin dei conti, a me le sfide sono sempre piaciute”.

Chiara in una passerella sola su quel palco ha dimostrato che si può essere belle anche se imperfette. Che la bellezza non è sinonimo di perfezione, come la disabilità non è sinonimo di bruttezza. Che anche una persona con una disabilità fisica può arrivare laddove invece è richiesta perfezione, e soprattutto che chi ha una disabilità non deve vivere segregato nel ghetto degli ultimi, ma può fare tutto e anche vincere un concorso di bellezza, esattamente come chi  la disabilità non ce l’ha (a volte anche di più, perché io che di gambe ne ho due a Miss Italia non potrei mai andarci, lei si!).

Chiara si è classificata terza. Ma questa cosa di sdoganare dogmi a qualcuno proprio non è andata giù…

E così, questa ragazza di 18 anni e una vita sola che ne vale cento, ha ricevuto centinaia di commenti negativi sui social, che la preferivano forse nel ghetto degli ultimi. Una donna, adulta, potenziale madre di famiglia, anche se spero di no, ha pensato di aumentare un po’la dose, e dato che le critiche non bastavano, ha voluto fare di meglio, e ha commentato sotto la foto di Chiara: Fai schifo, vattene a casa e non fare pena agli italiani che ti votano xke sei storpia”.

La risposta di Chiara ancora una volta le fa onore: “Mi dispiace molto per lei perché a me mancherà pure un piede ma a lei manca cervello e cuore“

E a questo mi aggancio per condividere con te una riflessione:

Nella nostra società dove sono finiti cervello e cuore?

Abbiamo iniziato a spostare la nostra umanità un po’ più in là nel momento in cui abbiamo iniziato ad insultare i cadaveri di donne, uomini e bambini morti in mare… e vabbè erano SOLO migranti. Dovevano stare a casa loro.

Poi gli omosessuali, anche italiani… e vabbè le loro sporche cose le facessero a casa loro.

Poi siamo arrivati ad insultare una giovane ragazza italianissima di 18 anni perché con la sua protesi ha “osato” turbare la quiete sfilando in un concorso di bellezza ripreso in tv… tornasse a casa sua! .

Il concetto di “casa tua” inizia a turbarmi un po’… suona un po’ come “lontano dagli occhi, lontano da cuore”. Tutto ok se non lo vedo. Se non vedo la tua pelle nera carica di miseria, se non vedo il vostro amore ostentato o se non vedo la tua gamba in titanio, va tutto bene. In caso contrario, se è lecito che tu esista e faccia cose, tutto diventa lecito, anche il disprezzo.

Non sopportiamo più nemmeno di vedere la diversità perché fa paura, perché implica andare oltre ai preconcetti e ormai non siamo più capaci di guardare più in là del nostro naso. Tutte queste persone ci obbligano a guardare un po’più in là… e allora noi, invece di sforzarci le massacriamo metaforicamente (a volte anche meno metaforicamente purtroppo) con insulti atti ad annientare la loro stessa voglia (e diritto!) di esistere e di fare cose.

Il benessere, l’immagine costruita di vite perfette e lussuose,  l’ideologia dominante secondo la quale solo chi è più forte e fa più “il forte” vince, a discapito di tutti gli altri malcapitati, hanno in realtà portato un forte malessere interiore che ha annichilito tutti i principi morali e spirituali esistenti fino ad ora. Ci siamo dimenticati dell’altro. Non sappiamo più riconoscere cosa è giusto e cosa sbagliato. E quando qualcuno ce lo ricorda con la sua presenza o le sue parole,  diventa automaticamente un nemico da odiare.

Che fine ha fatto quel sentimento umano che abitava nel cuore umano e che obbligava gli esseri umani  a fare il bene, a vedere il bello degli altri e ad aiutare gli altri esseri umani?

Nel mondo del tutto è lecito purchè sia forte, è diventato motivo di vanto offendere la dignità della persona umana, perché se anche “gli ultimi” mostrano dignità, allora saremo obbligati a doverla affrontare la realtà di questi ultimi.

Vorrei dare tutta la responsabilità ai social media, ma in realtà i social media hanno semplicemente connesso qualcosa di esistente in ognuno di noi, dando la possibilità a tutti di esprimersi pubblicamente. I social sono un mezzo, il vero problema è ciò che si è perso dai nostri cuori e dalle nostre menti, e che trova poi espressione mediante i social.

Tra le cause che ci hanno portati ad un sistema di odio tale, individuano l’ “analfabetismo funzionale” ovvero quel fenomeno secondo il quale persone adulte e alfabetizzate, faticano a comprendere un testo scritto e a decodificare informazioni complesse o a distinguere una notizia vera da una notizia falsa. Falla probabilmente di un sistema scolastico e di informazione che si protrae da anni, e che oggi ha portato ad una vera emergenza civile, e -mi verrebbe da dire-  di umanità e di valori umani.

Ma le minacce e le intimidazioni di stampo fascista o mafioso, la violenza fisica e verbale ai danni di stranieri, italiani più poveri o con diverse ideologie, disabili, giornalisti, magistrati, insegnanti o persone che cercano di arginare tutto questo portandolo alla luce,  mi fa pensare più che altro all’ analfabetismo emotivo, che forse sta anche alla base dell’analfabetismo funzionale.

Con analfabetismo emotivo si intende l’incapacità di regolazione delle proprie emozioni  di rabbia e frustrazione con una tendenza all’azione concreta, in totale noncuranza e cecità verso l’altro. Una deriva comportamentale preoccupante che ha ormai abbattuto l’intelligenza emotiva.

(Traaanquilli tutti!!!! non sto dando dell’ignorante a nessuno! adesso ti spiego).

L’intelligenza emotiva è “la capacità di monitorare le proprie e altrui emozioni , di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni”. Così la definiva Salovey, primo studioso ad essersi occupato di intelligenza emotiva.  Detto in soldoni è quella cosa che ci permette di  avere in noi consapevolezza, padronanza di sé, empatia, abilità di relazionarsi socialmente, e come afferma Goleman dipende da:

  • competenze personali come il saper comprendere le proprie emozioni, il saper saper dominare i propri impulsi,  la spinta a realizzare i proprio obiettivi cogliendo occasioni e comprendendo le avversità.
  • competenze sociali e di relazione con gli altri, prime tra tutte l’empatia, ovvero la capacità di riconoscere sentimenti e prospettive altrui, saper comunicare in modo efficiente, saper mediare, favorire i legami.

Oggi viviamo in un mondo incapace di controllare le proprie emozioni, riconoscere quelle degli altri, e provare empatia e compassione. 

Quindi, che fare?

Goleman dice che tutto ciò si impara fin da bambini.

Il mio appello va dunque agli insegnanti… care maestre e cari maestri, anche se non esiste come materia nel programma didattico, dedicate tempo all’educazione emotiva, ovvero un’educazione ai comportamenti, all’autocontrollo , alle relazioni e alla comunicazione costruttiva. Servirà a prevenire tutti quei fenomeni di bullismo che ormai sono una medaglia al valore nella nostra società. Insegnate un uso consapevole dei social, oasi per eccellenza di prevaricazione e violenza verbale, e che si riflette anche oltre gli schermi, nella vita di tutti i giorni.

I bambini che imparano a gestire e tollerare le proprie emozioni saranno adulti capaci di tollerare le situazioni stressanti , e saranno capaci di comunicare adeguatamente i propri stati emotivi.

Insomma, tutto ciò che Morin chiamava “saperi necessari all’educazione del futuro” che vanno dalla condizione umana all’etica umana. Un’educazione ai valori primari dell’umanità, come la non violenza, l’empatia, i diritti umani e l’abbattimento dell’ idea di un nemico a tutti i costi.

Lo so che non è facile, lo so che la quotidianità del lavoro in classe e dei programmi didattici lo rende difficile. Lo so che di questi tempi questo è un lavoro coraggioso… ma fatevi forti di questo detto popolare: “i bambini di oggi saranno gli adulti di domani!”

E c’è speranza.

(Concedetemi la battuta: Pensate a come staranno male oggi le insegnanti del nostro ministro dell’interno vedendolo all’opera!)

 

RESTIAMO UMANI!

Un abbraccio

Erica

 

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