Giornata mondiale della disabilità: il bello di arricchirsi delle differenze

Lo scorso 3 dicembre si è celebrata la giornata mondiale della disabilità.

Una giornata dedicata, che si celebra dal 1981, e che è sempre occasione di riflessione e discussione sul tema della disabilità sotto diversi punti di vista: sociale, educativo, civile e mediatico.

Quei media che durante tutto l’anno contribuiscono a creare pregiudizi, paura della diversità o pietismo, per un giorno si scatenano in positivo e parlano di diritti. Ogni anno il 3 dicembre è speso a sottolineare (giustamente) quanto poco venga ancora fatto per una parte significativa di società; ma è anche occasione per gruppi, associazioni e istituzioni per mostrare risultati e iniziative, progetti e attività messe in campo per scardinare tutte quelle barriere architettoniche, sociali e culturali che sono davvero difficili da far crollare in una realtà come la nostra, in cui se non rientri in determinati canoni, automaticamente conti un po’meno.

Bene. Io da anni lavoro in diversi ambiti e seppure a livello teorico si cerchi di fare importanti passi avanti, trovo che a livello pratico la disabilità sia non solo un tabù gigantesco ma qualcosa di sconosciuto ai più. Solo nell’ultimo anno mi sono trovata a fronteggiare situazioni di persone detenute sorde che non hanno mai avuto l’interprete e che non hanno capito per settimane perché fossero state arrestate e cosa dovessero fare in carcere. Persone immigrate con problematiche gravi alle quali è stato chiesto “perché fai ste visite per l’invalidità, tanto cammini”o bambini iperattivi etichettati dalle insegnanti come “handicappati”… insomma, di strada da fare ne abbiamo ancora tanta…

E non è di questo che voglio parlare oggi. Polemiche, dibattiti, e sensibilizzazione rispetto ai diritti delle persone con disabilità ne hanno già fatte tante altri professionisti.

Io voglio spendere il mio spazio in occasione del 3 dicembre, non per parlare di quanto tutto sia negativo, brutto o cattivo, ma voglio dare un messaggio di speranza e bellezza. Voglio dimostrare invece come sia bello arricchirsi delle proprie differenze.

Da tanto tempo lavoro accanto a  persone sorde e con alcune amiche e colleghe con i miei stessi ideali un anno fa abbiamo fondato un’associazione che si chiama LISten, e che ha come obiettivo l’integrazione sociale e culturale tra persone sorde e udenti. La sordità è un “handicap invisibile” così viene chiamato, perché a differenze di altre disabilità, non la vedi. Ti accorgi che c’è solo nel momento in cui entri in relazione con una persona sorda. E fa paura. Non la si conosce e non la si sa affrontare. La sordità separa dalle persone e non dalle cose.

LISten lavora proprio per questo: rendere visibile l’invisibile. Dimostrare attraverso attività quotidiane, ludiche e ricreative protette, quanto sia facile la relazione tra sordi e udenti. Non è fondamentale conoscere la lingua dei segni, e poi non tutti i sordi scelgono di segnare, alcuni preferiscono l’oralismo. Quindi, bastano veramente pochi accorgimenti per soprire un mondo nuovo, che riserva sorprese vere.

E oggi voglio mostrarvi come qualcosa che parte dallo svantaggio, come la necessità di utilizzare una lingua che si muove su un canale visivo gestuale, può invece trasformarsi in qualcosa capace di generare meraviglia e stupore. La lingua dei segni non è sinonimo di disabilità. La lingua dei segni è sinonimo di arte.

Anche dietro ad una così detta disabilità, si nasconde invece qualcosa che è bellezza e ricchezza.

Guardate oltre!

Andate oltre al “poverino” e guardate la persona che c’è oltre alla disabilità.

Questa nel video sono io, ma me l’hanno insegnato i sordi a cantare nella loro lingua!

Un abbraccio.

 

Erica

 

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