Impotenza dell’operatore sociale. Ascoltare, riconoscere, esserci.

Oggi voglio parlare del senso di impotenza. Impotenza che talvolta può assalire noi operatori sociali davanti a certe storie e situazioni in cui non puoi far altro che ascoltare.

Impotenza è definita come l’assenza delle facoltà, della forza fisica e morale necessarie a fare qualcosa.

Mi è capitato pochi giorni fa.

Uno dei ragazzi con cui lavoro ha avuto un brutto crollo emotivo. Sono andata a prenderlo in ospedale, ma lui era impenetrabile. Era lì, in macchina seduto accanto a me, ma non c’era. I suoi occhi mi guardavano ma non mi vedevano.  Erano lontani. Chissà cosa stavano vedendo. Le sue orecchie non mi sentivano.

Lui era lì, ma non c’era.

Impenetrabile lui.

Impotente io.

Mi sentivo profondamente a disagio perché non sapevo davvero come fare a riportarlo da me. Sapevo che se l’avessi lasciato lì da solo sarebbe di nuovo crollato. Ma al contempo mi chiedevo quanto fosse giusto portarlo via dai suoi pensieri. Se gli togliamo anche la libertà di pensare e rivivere il loro passato come e quando vogliono, cosa gli resta?

Ero forse io a volerlo accanto a me invece che perso in qualche pensiero lontano? Non lo so.

Ho rispolverato mentalmente tutte le nozioni teoriche possibili immaginabile studiate in tutti i miei anni di formazione. Ma niente.

Lui non c’era. E io non trovavo la strada per raggiungerlo.

In genere sono una persona intuitiva ed empatica. Riesco a cogliere abbastanza bene le emozioni delle persone che incontro e ben ne comprendo i vissuti. Stavolta no. Avevo seduto accanto a me un vortice di emozioni tangibili, ma erano tutte troppo lontane per me. Ci sono vissuti che noi, da questa parte del mondo, non riusciremo mai neppure ad immaginare. Non potevo trovarlo da sola.

Ho chiuso il mio “manuale mentale” e mi sono arresa. Impotente, in attesa che tornasse.

Qualche ora dopo è stato lui a portarmi in Africa. Mi ha presa e mi ha catapultata, senza troppa delicatezza, nei suoi pensieri, nelle sue angosce, nel suo dolore, nella sua storia.  Mi ha fatto vedere ciò che stavano vedendo i suoi occhi e sentire ciò che sentivano le sue orecchie e il suo cuore. Impotenza.

Ha avuto molta fiducia in me. Mi ha portata laddove non ha mai portato nessuno. Mi ha consegnato pezzi di sé che mai aveva consegnato a qualcuno. Lui, timido e riservato, premuroso e attento, si è lasciato andare davvero, rendendomi partecipe del  suo sentire.

E io? Io sono stata all’altezza di questa fiducia?

Me lo sono chiesta molte volte questa settimana…

Se l’assistente sociale è quella che “deve trovare soluzioni e strade”… No. Non lo sono stata.

In quel momento non ero pronta, forse non ci sarà mai un momento in cui sarò pronta a tutto questo dolore,  ma io, in quel momento, mentre lui cercava di parlare tra le lacrime e le difficoltà linguistiche, non ho trovato strade né soluzioni . Non ho trovato parole.

Che parole puoi dire davanti a certe cose? Che obiettivi fissi? Cosa riorganizzi? In quale futuro speri?  Ogni parola era superflua e vana davanti a quei venticinque anni di quella vita lì. Davanti ad una vita che noi qui, mai potremo capire. E lui questo me l’ha detto. Nonostante il dolore di quel momento, mi ha guardata negli occhi e mi ha detto “non posso raccontarti tutto Erica, perché tu sei italiana e non puoi capire cosa è stato. E’ troppo brutto”.

Nonostante tutto, è stato lui a proteggere me.

Eccola di nuovo l’impotenza.

Non crollare, contieni questo dolore” erano le uniche parole che il mio cervello mi suggeriva. Fosse facile!

Come? Come potevo trovare un “catino” che contenesse quelle lacrime?

Cosa ho fatto? … L’ho abbracciato. Forte.

Forse il bravo operatore sociale non lo fa, l’assistente sociale modello non abbraccia le persone che incontra. Ma sai che c’è? Non mi importa!

L’unica cosa che l’istinto mi suggeriva in quel momento era quella: Esserci! Fargli sentire che ero lì. Ed è vero, io non potevo capire niente di quello che mi stava raccontando (e mai potrò capirlo), ma  comprendevo il suo dolore. Sentivo il suo grido di aiuto. E in quel momento, l’unico modo che avevo per farglielo capire era abbracciarlo e stringerlo forte.

Quali parole o gesti avrei potuto fare?

Gli ho dato la mia spalla su cui piangere (io ho pianto dopo, chiusa in magazzino, lo ammetto) .

Quello spazio in cui piangere il dolore l’ha riportato qui. Dopo abbiamo fatto il pesto e mangiato la pasta, sorridendo.

Mi sono tormentata a lungo sul senso di frustrazione ed impotenza che ho vissuto. Ne avevo sentito parlare ma non l’avevo mai provato in prima persona. Ho passato un’intera notte insonne a chiedermi “cosa potevo fare?” “quale sarebbe stata la cosa giusta da fare?”.

Non lo so. Non lo saprò mai. Forse non ciò che ho fatto. O forse si. Non lo so.

Il giorno dopo è sceso e mi ha detto “Grazie

Non so bene a cosa si riferisse, non ho voluto chiederlo. Quel “Grazie”  mi basta, e vale più di tutto.

Forse a volte noi operatori sociali pensiamo di dover cambiare il mondo per fare bene il nostro lavoro, invece basta davvero ESSERCI. Tante volte, davanti a tante storie, non servono parole o azioni. Serve essere presenti, comprendere la sofferenza e far sentire all’altro di aver compreso il suo dolore. Riconoscerlo e fargli sentire che ha tutto il diritto di provarlo quel dolore lì.

Dare un nome a tutto ciò, anche piangere per quanto è forte. Ma poi posarlo da una parte e ricominciare. Forse esserci stata in questo passaggio è stato davvero ciò che dovevo fare?  Anche questo non lo saprò mai.

Ma come diceva Brian Muldoon, avvocato e mediatore, “le relazioni umane in generale sono processi caotici, sensibili anche alle più piccole variazioni; il che significa che, anche in presenza di una variazione apparentemente insignificante, il sistema intero può subire variazioni inaspettate”.

Il bisogno di riconoscimento è un bisogno fondamentale dell’essere umano, poiché significa dare ai valori, ai pensieri e alle emozioni del soggetto dignità e diritto di essere. Quando una persona ha la sensazione di non essere riconosciuta come tale e si considera trattato alla stregua di un caso, di un numero, di un protocollo, sente che gli viene negato un bisogno fondamentale. Il  riconoscimento consente alla relazione di esistere e alla persona di sentirsi riconosciuta.

Quindi se anche mi sentivo impotente, il mio essere lì ad ascoltarlo ed accoglierlo è stato sufficiente per innescare un cambio di rotta.

Non c’è impotenza a determinare il giusto e sbagliato. Non ci sono ruoli. Non mi sono mai piaciuti quei ruoli definiti ed immutabili. Ci sono solo persone, con la propria storia, i propri vissuti e il proprio modo di agire.

E io la scorsa settimana ho avuto da un ragazzo africano analfabeta la più grande lezione accademica di servizio sociale della mia vita.

 

(Grazie per esserti fidato di questa operatrice un po’sbadata, che a volte non sa che fare!)

 

Per rimanere sempre aggiornata sul mondo sociale e familiare, seguimi anche su facebook. e scrivimi la tua storia a erica@ericazani.it

 

 

Commenti Facebook:

Leave A Response

* Denotes Required Field