integrazione è… una pizza e un calcio alle differenze

Integrazione è la parola che voglio lasciarti questa settimana.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere tante realtà diverse e in ognuna di queste, di guardare gli “esseri umani” e non i reati, gli errori, le differenze sociali o culturali, le chiacchiere da bar. Ho imparato crescendo e lavorando, il grande valore dell’integrazione.

E così ho deciso di farlo diventare il mio lavoro. Per me essere un’operatrice del sociale significa creare integrazione. Un’assistente sociale per me non è necessariamente colei che sta dietro la scrivania di un servizio, bensì colei che cammina per le strade con e tra la gente a fare da ponte.

Ecco, domenica è stata una di quelle giornate così stancanti da non riuscire più a reggermi in piedi, ma  anche una di quelle giornate di immenso orgoglio, felicità, gratitudine. Quelle giornate in cui la soddisfazione per il mio lavoro raggiunge i massimi livelli.

Chi mi conosce lo sa, uno degli ambiti del mio lavoro che maggiormente amo è quello dell’accoglienza migranti. E domenica il mio presente e il mio passato di ragazzina si sono incontrati per la prima volta.

I ragazzi ospiti del centro d’accoglienza in cui lavoro e i ragazzi dell’oratorio del paese in cui sono cresciuta si sono sfidati in un torneo di calcetto.

I mille volti di un’amicizia ed un calcio alle differenze è l’unico titolo che mi viene da dare a questa giornata.

Si fanno sempre tante parole, proclami, discorsi pseudo- politici sull’integrazione… eppure basta così poco se lo si vuole davvero.

Un pallone e una pizza. Basta questo per creare integrazione, per legare ragazzi così lontani per luoghi di nascita e per vissuti eppure così uguali nel fare gol o assaggiare un piatto sconosciuto ma buono.

Passa da qui questa bella storia di integrazione.

Una domenica pomeriggio, un campetto da calcio, e quattro squadre miste composte dai ragazzi dell’oratorio e dai ragazzi ospiti del CAS.

Gol, applausi, incoraggiamenti a bordo campo e un the caldo per scaldarsi tra un tempo e l’altro. Un clima di semplicità e serenità,  naturale e spontaneo. Perché infondo, se ci pensiamo bene, le differenze sono ricchezza e mai limite. E basta conoscersi un poco di più per scoprirsi molto più simili di quello che non si pensa.

Il fischio di fine partita ed una cena insieme presso i locali del centro d’accoglienza. Pizza e piatti italiani condivisi. La scoperta di sapori nuovi, che non saranno “mai buoni quanto il cibo africano” ma che poi finiscono in un secondo (e il vitello tonnato va per la maggiore!).

Abbiamo mangiato tutti insieme, riso e chiacchierato, un po’in italiano, un po’in inglese, qualche parola in francese e tante risate perché in ogni caso, ogni parola pronunciata sbagliata era una buona occasione per ridere insieme. Dolci e the africano hanno concluso questa prima serata di incontro e conoscenza reciproca tra due realtà che in qualche modo fanno e hanno fatto parte di me.

La soddisfazione di vedere ragazzi giovani di un piccolo paese aprirsi con entusiasmo e curiosità alle novità mi ha dato speranza di un cambiamento possibile.

E se mi chiedessero oggi “che lavoro fai?” risponderei “il lavoro più bello del mondo”… non solo perché il mio lavoro significa incontrare le persone, ma soprattutto perché è FARLE INCONTRARE.

Ancora di più farle incontrare in modo sano, attraverso lo sport e il cibo.

E se già Nelson Mandela affermava che “lo sport può cambiare il mondo”, io aggiungo che il mangiare, che è da sempre un’esigenza individuale vitale di tutti gli uomini, ha invece un ruolo sociale fondamentale. E in ogni cultura, il preparare, raccogliere e consumare cibo è concepita come un’attività gruppale. Il cibo di per sé è già cultura dello stare insieme e della condivisione.

Quindi, lascia perdere le chiacchiere da salotto tv e prova ad incontrare il prossimo, chiunque egli sia.

Condividete assieme un piatto di pasta o tirate due calci al pallone. Vedrete come  vi sembrerà più facile comprendere anche quella persona così “strana e lontana”.

 

Erica

 

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