La storia di Arianna, scampata sette volte alla morte. Per non dimenticare.

Oggi ti racconto la storia di Arianna.

 

Arianna Szörényi è una bambina felice, figlia amata di una famiglia unita che abita a Fiume. Ultima di otto fratelli e sorelle.

Il papà di Arianna, Adolfo, è di origine ungherese mentre mamma Vittoria Pick è triestina. Adolfo e Vittoria si conoscono alla Banca italo- ungherese dove lui è contabile e lei impiegata.

Adolfo e Vittoria si innamorano e decidono di sposarsi nel 1917, nonostante per Adolfo, rimasto vedovo in giovane età e con quattro figli rimasti a vivere all’estero, fosse già il secondo matrimonio.

Dalla loro unione nascono Edith, Stella, Daisy, Alessandro, Carlo, Rosalia, Lea e nel 1933 l’ultima figlia, Arianna.

La famiglia di Arianna è di origine Ebraica ma nel 1935 tutti i figli vengono battezzati con rito cattolico.

Quella di Arianna è una famiglia felice, in casa non si parla mai di religione o politica. Ebrei, fascisti sono un argomento sconosciuto per Arianna. Per proteggere i figli, quando mamma e papà parlano di argomenti difficili, lo fanno in ungherese, in modo tale che i bambini non capiscano.

La sorella maggiore di Arianna, Edith, è la prima a lasciare Fiume, per trasferirsi con il marito, un giovane ufficiale italiano, a San Daniele del Friuli.

Nel frattempo a Fiume iniziano i bombardamenti e le persecuzioni razziali, così nell’autunno del ’43 tutta la famiglia raggiunge Edith a San Daniele.

Un anno dopo, traditi da un funzionario del comune, insospettito dal cognome della famiglia, tutti i Szörényi vengono prelevati e portati prima a Udine, poi a Trieste alla Risiera di San Sabba e poi ad Auschwitz e Belsen.

Solo Edith si salva grazie a quel marito di cui aveva preso il cognome.

E’ l’alba quando un gruppo di soldati delle SS entra nella stanza di Arianna. Arianna ha paura, sente gridare, non ha neppure il coraggio di aprire gli occhi e sollevare la testa dal letto. L’unica cosa che riesce a vedere sono gli stivali dei soldati, che non dimenticherà mai. Arianna, con i suoi undici anni, è la più piccola della famiglia. Si sta preparando alla prima comunione, è battezzata, non conosce la differenza tra un ebreo e un non ebreo. Per molto tempo non capirà il motivo dell’arresto suo e di tutta la sua famiglia.

  Arianna, la mamma, il papà, i fratelli e le sorelle vengono portati ad Udine. Qui viene chiesto ad Arianna di spogliarsi dei suoi averi. Si sfila un piccolo anellino in perle, e l’anello viene calpestato e distrutto sotto gli stivali del soldato. Qui Arianna riceve anche il suo primo schiaffo.

Poi Trieste, la Risiera di San Sabba, dove Arianna condivide la prigionia con due amici coetanei, e Auschwitz, dove uomini e donne vengono separati, e dove Arianna diventerà la bambina che per sette volte scamperà alla morte.

Giunta ad Auschwitz, a salvare lei, le sorelle e la madre da una prima selezione, è il fatto che la mamma sia ritenuta “ariana”.

A salvarla di nuovo è invece la sorella, che riesce a nascondere un paio di scarpe col tacco e le fa indossare ad Arianna. Arianna è piccola, non ha neppure undici anni, e nel campo non è considerata “in età da lavoro”. Con i tacchi sembra più alta, e la scampa.

Lo  stratagemma non dura a lungo, e nel 1944, Arianna viene  separata dalla madre e dalle sorelle per essere trasferita nella baracca dei bambini. Arianna stavolta è sola, ma quei tre mesi trascorsi con le donne le hanno insegnato molto in termini di astuzia, e così sopravvive ancora una volta. Impara a pulirsi per evitare malattie, impara a conservare il pane e il burro per scambiarli con abiti caldi.

Riesce a guarirsi da una congiuntivite utilizzando la sua stessa saliva, a ottenere pantaloni lunghi da un uomo e a far avere un po’di pane alla madre e alle sorelle.

Una notte Arianna riceve una pagnotta e una coperta. Non è come sembra. Non è l’inizio di niente di buono.

E’ l’inizio della “marcia della morte”.

Gli Alleati avanzavanzano verso Auschwitz, e così i prigionieri vengono obbligati a spostarsi a piedi verso Belsen.

Tre giorni e tre notti di cammino per una bambina sono troppi, Arianna è l’ultima della colonna tra i pochi superstiti. Ma Arianna ha già dato prova di essere una bambina astuta, e così, grazie alla sua padronanza della lingua tedesca, fa credere ai soldati di essere figlia di una donna che lavora al campo, e si fa caricare su una slitta del trasporto bagagli.

Dovrà poi subire l’amputazione di un dito congelato, ma è viva.

A Belsen, il cibo non c’è e le condizioni igieniche sono deleterie. Arianna capisce che per sopravvivere deve rimanere il più possibile fuori dalle baracche infette e aspettare che muoia qualcuno per rubargli il pane.

Il 15 aprile 1945 arrivano gli Alleati anche a Balsen e Arianna è libera. Ma la sua corsa più veloce della morte non è ancora finita.

Quando arrivano, gli Alleati portano talmente tanto cibo che molti prigionieri muoiono per il troppo mangiare. Arianna no. Mangia pochissimo e mette tutto da parte per la mamma e le sorelle.

Non sa ancora, Arianna, che non rivedrà mai più né la mamma, né le sorelle, neppure il papà. Della famiglia di Arianna l’unico a sopravvivere è il fratello Alessandro.

Arianna è malata di tifo, pesa 18 chili, ha un principio di TBC, e i polmoni colpiti da pleurite, ma è viva.  Scampata 7 volte al forno crematorio, Arianna, è tra i 25 sopravvissuti dei  776 bambini ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni deportati ad Auschwitz.

Un lungo periodo di cure e poi Arianna tornerà in Italia, in Friuli.

Vivrà per un anno con la sorella Edith e poi entrerà in orfanatrofio, con le suore, per poter studiare. Ogni notte avrà sempre gli incubi e inizierà a scrivere un diario in cui racconterà la sua storia, la sua fuga dalla morte, lo sterminio della sua famiglia.

A 21 anni, dopo il diploma, lascerà l’orfanatrofio e si trasferirà a Milano. Inizierà a lavorare alla Rinascente e a frequentare l’Aned, l’associazione degli ex deportati. Si sposerà e avrà tre figli e sette nipoti che porteranno avanti nel mondo la sua storia.

 

La vita di Arianna non può certo finire così… chi ha un vissuto come il suo non può certo tenerlo per sé…

Infatti Arianna, solo in tarda età, spronata da un’amica anche lei deportata e sopravvissuta, publicherà “Una bambina ad Auschwitz”, il suo diario scritto nel dopoguerra.

Arianna sarà la prima bambina deportata dall’Italia a testimoniare in età adulta.

 

Perché ti ho raccontato la storia di Arianna?

Perché tra pochi giorni sarà celebrato “Il giorno della Memoria”… una giornata, istituita il 27 gennaio per ricordare e rivivere sottopelle il dolore e la vergogna di quel che è stato e non dovrà più essere.

Il 27 gennaio si celebra la Shoah, parola ebraica che significa “disastro, catastrofe”. La catastrofe di un popolo che ha dovuto sopportare il peso del genocidio, della tortura, dell’umiliazione morale.

Nei campi di concentramento gli ebrei  non venivano solo uccisi ma venivano torturati, umiliati, brutalizzati, venivano usati come cavie per esperimenti scientifici di genetica. E tutto questo non risparmiava nepure i bambini. Bambini che avevano una colpa indelebile: appartenere alla famiglia sbagliata, non in linea all’ideologia del regime.

Ed è importante non dimenticare.

Da allora Arianna Szörényi ne parla spesso e non si esime mai dal raccontare la sua storia.

Nelle sue interviste è solita dire di avere un compito pesante, terribile anche: quello di ricordare.

Certo ricordare fa male, ma è anche un preciso dovere.

Perché, come dice Arianna: “guardando quello che accade nel mondo subentra a volte la tristezza, il dubbio che sia tutto inutile. Ma poi mi ricredo subito: sono convinta che qualche insegnamento resti”.

 

 

 

Le ultime immagini a colori non sono state scattate nei campi di concentramento, non hanno nulla a che vedere con l’Olocausto, anche se effettivamente un po’ lo ricordano, data l’analogia con le immagini sopra in bianco e nero.

No, i protagonisti non sono ebrei, zingari, rom, omosessuali, oppositori politici (alcuni forse sì). I protagonisti sono rifugiati, alcuni forse sono solo migranti economici.

La foto non è stata scattata durante la Seconda Guerra Mondiale, ma tra il gennaio 2017 e il gennaio 2018.

E quindi? Ho forse sbagliato immagini?

No. Nessun errore.

Voglio solo condividere una riflessione.

Il 27 gennaio non deve essere solo  il giorno in cui gli orrori e le vergogne del nazifascismo tornano a galla, ma è importante riflettere sulle barbarie agite da uomini verso altri uomini, colpevoli solo di appartenere (o non appartenere) a un’etnia, ad un paese, ad una religione. Colpevoli di essere nati nel posto sbagliato del mondo.

E se non facciamo attenzione questi orrori tornano come fantasmi mai dimenticati ma mai davvero ricordati.

Il giorno della Memoria non è solo una data sul calendario. Il giorno della memoria è tutti i giorni.

La Memoria di restare umani con gli altri esseri umani.

 

E quando donne come Arianna non ci saranno più, saremo ancora capaci di ricordare?

 

Non ho risposte a questa domanda. La risposta mi fa un po’ paura sinceramente.

Ma ho speranza che partendo dai più piccoli, si possa insegnare a non dimenticare. Ti segnalo questo fumetto. E’ la storia di Anna Frank e del suo celebre Diario, trasformata in immagine e parole, adatto ai bambini.

 

Per non dimenticare.

 

Erica

 

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