Sindrome da Alienazione Parentale: la storia di Marco

Oggi ti parlo di un argomento difficile: la Sindrome da Alienazione Parentale. E lo faccio raccontandoti la storia di papà Marco.

Qualche settimana fa è stata la festa del papà… non avevo ancora scritto nulla al riguardo perché avevo bisogno di chiarirmi un po’le idee e di metterle in ordine.

Per me quella del papà è la figura più solida che io conosca. Il mio papà è una roccia… non è perfetto, ma è la roccia su cui tutta la famiglia si poggia, e lui regge alla grande. Sono fortunata.

Ma mi rendo conto di quanto la figura paterna sia complessa e per nulla scontata, e così capita che in occasione della festa del papà io riceva mail come quella che ho ricevuto da Marco (nome di fantasia).

Non conosco Marco, non ho mai lavorato con lui o con qualcuno della sua famiglia. Non mi ha mai chiesto aiuto, e non l’ha fatto neppure quando mi ha scritto. Marco voleva semplicemente condividere la sua storia, con me, evidentemente.

Io ho colto il suo grido, ma alla mia non sono più seguite altre mail e non ho più ricevuto risposta.

Ho pensato a lungo se scrivere qualcosa al riguardo o meno. E anche adesso che sto scrivendo, scrivo e cancello e sono indecisa.

Ma voglio arrivare alla fine di questo articolo, perchè credo sia importante conoscere l’esistenza di storie come questa.

Forse con la sua mail lanciata nello spazio virtuale, come un messaggio nella bottiglia, Marco voleva proprio questo: che se ne parlasse.

Io molto spesso tendo a lavorare con donne che intraprendono percorsi di coaching per migliorare qualche aspetto della loro vita, o con marito/moglie, ex coppie di genitori in mediazione… ma in genere chi si rivolge a me, o mi contatta per prima, sono le donne, le madri, talvolta anche solo per una veloce consulenza di orientamento. Un po’ per scelta, forse per affinità… non lo so.

Molto spesso però mi sono trovata a pormi la domanda “e i papà?”

Si sente parlare molto (per fortuna!) di donne vittime di maltrattamento, di madri allontanate dai figli, di padri orchi e madri sottomesse…

eppure spesso (molto più spesso di quel che si possa pensare), esiste anche il maltrattamento verso i papà. Si manifesta in modo diverso, non è una forma di violenza fisica a volte non è nemmeno direttamente rivolta a lui, ma lo colpisce di riflesso come un pugno nello stomaco dal quale è difficilissimo risollevarsi.

Marco amava moltissimo la moglie e amava le loro bambine.

Marco aveva una famiglia felice.

Fino a due anni fa.

Come spesso accade, anche gli amori più belli finiscono, e Marco e la moglie decidono, di comune accordo, di separarsi.

Inizialmente riescono a mantenere un rapporto positivo e hanno un buon dialogo che consente loro di prendere gli accordi migliori per il bene delle figlie.

Ma Marco quattro mesi dopo fa qualcosa che la sua ex moglie non accetterà mai: intraprende una nuova relazione. La voglia di sentire nuovamente calore umano e affetto lo catapulta in una vera e propria guerra, senza esclusione di colpi, in cui ad avere la peggio è proprio lui.

Perde la casa, viene accusato dalla moglie di violenza sulle due bambine (accusa che si bloccherà fin dalle prime fasi di indagine e non avrà seguito poiché giudicata priva di ogni fondamento). Perde anche il lavoro, perché l’azienda in cui Marco lavorava era del papà di sua moglie.

Marco perde tutto in un attimo.

E perde anche le sue bambine.

Benchè l’accusa di violenza non abbia avuto seguito e il giudice abbia predisposto un affido condiviso, dopo la sentenza le bambine sono rimaste a vivere a casa della mamma, che ha iniziato un’opera di demolizione e di denigrazione della figura paterna, tanto che oggi le bambine non vogliono assolutamente più vedere il papà.

Marco ha denunciato l’ex moglie per inottemperanza di ordine del giudice, ma non è arrivato a nessuna soluzione.

Marco è sul lastrico, ha trovato un nuovo lavoretto in nero che se non altro gli permette di mangiare, pagare le spese legali per continuare la battaglia verso l’amore delle sue figlie, e vive in una casa condivisa con altri quattro uomini perché non può permettersi un appartamento tutto per lui.

Nella chiusa della mail Marco dice di aver pensato anche al suicidio. Poi mi ha rassicurata dicendo che non lo farà mai perché non vuole che le figlie da grandi possano rendersi conto di quanto accaduto nella loro famiglia e sentirsi in qualche modo in colpa.

Questo è la storia di Marco, che sia tutta vera, tutta falsa, che manchino dei pezzi, ok… non mi sono posta questo problema, non devo seguire questo caso e non devo lavorare con Marco o con la sua ex moglie.

Con questa storia voglio riflettere con te su un tema poco noto, ma in forte crescita: la Sindrome da Alienazione Parentale.

La sindrome da alienazione parentale non è ancora stata riconosciuta come patologia clinicamente accettabile, ma alcuni tribunali stanno iniziando a considerarla, rispondendo con l’allontanamento dei minori dal “genitore tiranno”.

Ma cos’ è la sindrome da alienazione parentale?

La definizione di Sindrome da Alienazione Parentale (PAS) ci  viene fornita da Richard Gardner, medico statunitense, che la descrive così: “una controversa dinamica psicologica disfunzionale che si attiverebbe sui figli minori coinvolti tanto in contesti di separazione e divorzio dei genitori, definiti conflittuali, quanto in contesti di presunta violenza intradomestica. […] è un disturbo che insorge nel contesto delle controversie per la custodia dei figli”.

Traducendo in maniera concreta quanto definito da Gardner, quando la separazione è altamente conflittale, può accadere che il genitore con cui il figlio vive prevalentemente, e con cui passa la maggior parte del tempo (in genere è la mamma) volontariamente o anche senza rendersene conto, dia avvio ad una sorta di “lavaggio del cervello” che porterà il figlio a denigrare l’altro genitore. Ci sono casi particolarmente gravi in cui il figlio arriva anche ad accusare il genitore di abuso sessuale. In genere la speranza più o meno consapevole del genitore alienante è che il figlio possa interrompere immediatamente i contatti con l’ex coniuge così da ottenere l’affidamento esclusivo e vincere questa “guerra” che ha come trofeo la pelle dei figli.

Dato che le vittime sacrificali di questa guerra sono proprio i bambini, cosa succede ai figli che si trovano nel mezzo di questo conflitto?

In genere i figli affetti da PAS tendono ad idealizzare il genitore alienante e cercano di compiacerlo in tutti i modi: confermando i suoi sospetti anche se evidentemente falsi, assecondandone i dubbi, utilizzandone lo stesso linguaggio e rifiutando ogni contatto con l’altro genitore, usato come bersaglio.

I bambini affetti da PAS in genere hanno un età dai 9 anni in su. Prima infatti i bambini coinvolti nei conflitti tendono a mantenere un atteggiamento di “lealtà”verso tutti e due i genitori. Dai nove anni saranno maggiormente inclini ad allearsi con un genitore a discapito dell’altro, probabilmente come tentativo di risoluzione del conflitto, oppure per evitare che egli venga contapposto tra i genitori, senza però riuscirci.

La PAS è una sindrome assai complessa e ambigua difficile da riconoscere, e se protratta nel tempo,  le conseguenze  per i bambini sono elevatissime e potrebbero riguardare problemi d’identità e nelle relazioni affettive.

Ma cosa si intende con “alienazione parentale (o genitoriale)”?

L’alienazione è una sorta di distorsione dei sentimenti del figlio nei confronti del genitore “vittima” che vengono “manomessi” dal genitore alienante, convincendolo che l’ex-coniuge non è affidabile, disponibile o accogliente. Il bambino quindi si ritrova a dover elaborare due messaggi del genitore: l’inaffidabilità e l’indisponibilità del genitore alienato e la possibile perdita della relazione col genitore alienante qualora decidesse di mantenere un rapporto d’affetto con l’altro.

Il fenomeno della sindrome da alienazione parentale è diffuso in tutta Europa,  e non esclude l’Italia, in cui ogni anno circa 200 papà si tolgono la vita. La statistica dei padri suicidi sale a 2000 se si guarda a tutto il continente (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità).

Ciò che a detta di molti esperti, contribuisce alla diffusione dei casi di PAS è il fatto che ancora manchino norme capaci di tutelare per davvero i diritti di visita e di educazione.

 

Quindi cara mamma (e caro papà)… se coinvolgete vostro figlio nei vostri conflitti, ricordate che la prima persona che danneggiate è proprio il vostro bambino.

Meditate…

Sciogliere conflitti e trovare accordi condivisi è possibile attraverso la mediazione familiare. In mediazione si vince tutti.

Per maggiori informazioni contatta Studio Orchidea o scrivimi a erica@ericazani.it

 

 

 

Per scrivere l’articolo ho consultato questi testi:

Gardner R.A., “The Parental Alienation Syndrome” Cresskill, NJ. Creative Therapeutics, 1992

Togliatti M.M e Lavadera A.L., “Bambini in tribunale. L’ascolto dei figli “contesi”. Raffaello Cortina Editore, 2011

 

Un abbraccio

Erica

 

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